C.E.T.

LA RIFORMA DELLE C.E.T. le Comunità Ecclesiastiche Territoriali

Il punto di partenza, quello che ha spinto il nostro Vescovo Francesco a volere fortemente questa riforma, è la dissociazione tra il Vangelo e la vita quotidiana. Anche in una terra come la nostra – ci ha ricordato – così ricca di tradizioni, di iniziative, di presenza puntuale sul territorio, la fede fa fatica ad incidere sulle convinzioni e sulle scelte di gran parte delle persone, anche quelle che si dicono credenti e praticanti. Le questioni riguardanti l’appartenenza alla Chiesa, l’economia, il lavoro, la morale, sono ormai interpretate secondo criteri e visioni che, se non sono in contrasto con il Vangelo, sicuramente ne fanno a meno, attingendo invece ad altri modi di interpretare la vita, la convivenza civile, il proprio cammino personale.

 

Noi Cristiani crediamo di possedere, avendolo ricevuto per Grazia, il tesoro grande della vita, la gioia del Vangelo. Crediamo che il Regno di Dio sia già presente e operante nella nostra vita e nella storia del mondo e crediamo che riconoscere i segni della sua presenza sia la via per sperimentare che Dio, davvero, si prende cura di noi e di tutti, rendendoci in grado di guardare con serenità e fiducia al futuro. La fede non può, perciò, rimanere qualcosa di individuale, che non ha riflessi sulla vita sociale e non si esprime in scelte coerenti e credibili.
L’azione della Chiesa, si è espressa nel tempo attraverso la predicazione, la catechesi, la celebrazione della liturgia e la carità. In questo modo e attraverso queste grandi azioni, la comunità cristiana ha detto a sé stessa e al mondo, quale fosse la fonte da cui attingere la sua forza, quale fosse il compito che le era stato affidato e come dovesse intendersi la sua presenza nel mondo.

Ma nel tempo, è diventato sempre più alto il rischio che liturgia, catechesi, carità, si scollegassero dalla vita e dagli ambienti dove quotidianamente si giocano le gioie, le fatiche e le problematiche delle persone, fino a “dimenticare” interi ambiti di vita. Pensiamo al lavoro, all’economia, alla politica, alla fatica di parlare di sessualità e di relazioni affettive, dentro le nostre liturgie o catechesi parrocchiali.
La riforma riprende, perciò, le indicazioni del Convegno della Chiesa Italiano, celebrato a Verona nel 2006, e identifica come luogo privilegiato dell’azione pastorale, le cinque “terre esistenziali” della Fragilità, della Festa – Lavoro, della Cittadinanza, dell’Affettività, della Tradizione (intesa come educazione e consegna dei valori). Liturgia, catechesi e Carità, ovviamente non spariscono, perché sono i modi con cui la Chiesa rimane fedele al Vangelo, ma sono collocate dentro i luoghi in cui si svolge la vita concreta delle persone e ripensate a partire da essi.

E se la pastorale “nasce” dai luoghi della vita quotidiana, è chiaro che attori principali della pastorale stessa, non possono essere che i laici. Sono loro che, a partire dal loro Battesimo, nella fedeltà al Vangelo custodito dalla Chiesa, dentro le cose del mondo, permettono alla Chiesa di diventare sale della terra.
Tre sono perciò i “pilastri” di questa riforma: 1) il Vangelo che plasma la vita quotidiana, assumendo come luogo privilegiato 2) le terre esistenziali e la responsabilità dei laici nel dare le indicazioni per la pastorale, 3) la forma della Comunità Ecclesiale Territoriale come strumento per il rinnovamento della pastorale.
Non si può, però, pensare che il cambiamento sarà immediato. La costruzione di un pensiero e di un’azione che parte dall’analisi e dalla “frequentazione” delle terre esistenziali, nel tempo, produrrà dei cambiamenti nella pastorale tradizionale, la quale offrirà la sua ormai bimillenaria esperienza come ricchezza da cui attingere. Ma non sarà un cammino breve
Concretamente, la CET raccoglie tutte le parrocchie del territorio, le Unità Pastorali, le Comunità religiose, sia maschili che femminili, le Aggregazioni Laicali (Azione Cattolica, Scout, Movimenti …) e le Fraternità Presbiterali (l’insieme dei sacerdoti che operano nelle parrocchie).
Figure centrali delle CET sono i coordinatori delle cinque terre esistenziali. Il loro compito è quello di perseguire le finalità della CET, coordinando i gruppi di lavoro che via via possono formarsi.
Organo motore della CET è il Consiglio Pastorale Territoriale. Esso è costituito dal Vicario Territoriale, che lo presiede, dai Moderatori e Vicemoderatori delle Fraternità Presbiterali, che hanno il compito della cura delle relazioni reciproche tra i sacerdoti, dai coordinatori delle terre esistenziali, da un rappresentante delle Comunità Religiose e da un rappresentante delle Aggregazioni Laicali, dalla Segretaria, e dai membri dei Gruppi

di Lavoro in ordine di uno ogni duemila abitanti della CET (cioè persone scelte in base alla competenza relativa alla loro terra esistenziale, per ragioni di lavoro o di impegno nella comunità cristiana, e poi in base alla distribuzione sul territorio). I membri scelti, continueranno ad incontrarsi nei loro gruppi di lavoro e porteranno il loro contributo all’interno del Consiglio Pastorale Territoriale, al fine di individuare alcune scelte pastorali da privilegiare.
Quello che il Vescovo ha pensato, non è un semplice aggiornamento dei Vicariati, ma un cammino veramente nuovo, che ci chiede di ripensare il modo di fare pastorale, certo con tempi non immediati, ma che debbono avere delle ricadute concrete. A tutti è chiesto di accompagnare questo cambiamento, con uno sguardo di simpatia e fiducia, nel vescovo e nelle persone che già stanno si coinvolgendo con passione, sostenendolo con la preghiera, che “osa” vedere quello che ancora non c’è, ma che sta nascendo.

Il criterio di “servire la vita dove la vita accade”, tema della Lettera Pastorale dell’anno scorso e di quest’anno (centrata sulla famiglia), ha delle implicazioni pastorali concrete e si accompagna bene al criterio del riconoscimento del vangelo che accade nella vita di tutti, proprio dentro la loro vita.
Qui si inserisce il senso del percorso della CET (che non è ancora una riforma compiuta, ma è appunto un
percorso iniziato). Si tratta di incoraggiare i cristiani a riconoscere che il vangelo è già in azione.
C’è un virus che rischia di contagiare sempre più le nostre comunità parrocchiali (emerge anche dai primi passi del Pellegrinaggio pastorale) ed è quello dell’autoreferenzialità: non si tratta di una concentrazione solo sulle “cose religiose”, ma di una concentrazione sul mondo parrocchiale, identificato nelle strutture materiali e immateriali, nell’organizzazione, nelle proposte e iniziative della Parrocchia.
La stessa immagine di “comunità” paradossalmente rischia di diventare esclusiva e autoreferenzia le, rispetto a quella territoriale di Parrocchia, che comprende non solo tutti i battezzati che abitano un territorio circoscritto, ma anche i loro vissuti. La Parrocchia è più grande della Comunità!
Questo provoca l’esclusione dei vissuti delle persone e delle famiglie (“In questa famiglia che non si è mai vista in Comunità, il Signore è presente 24 ore su 24, e io devo essere al servizio di questa famiglia”). Questa concentrazione autoreferenziale porta alla lamentela: “Nessuno viene più in chiesa”.
La Parrocchia, non solo per le attività e le iniziative, ma per le dinamiche esistenziali che connotano la vita di coloro che la compongono, rappresenta la “sorgente” del percorso delle CET. La parrocchia è necessaria alla CET. Essere nella “piazza di tutti”, con la propria visione cristiana, maturata nella forma della Parrocchia.
Riguardo ai laici il Vescovo preferisce l’idea di soggettività dei laici, più che di protagonismo: una soggettività costituita dal e nel Battesimo, una soggettività responsabile e propositiva, una soggettività ispirata e competente (sono lavoratori, genitori, coppie, educano, vivono la fragilità…), una soggettività che in maniera “immediata” si pone in termini di condivisione con tutte le persone umane e le loro esistenze.
Compito del Consiglio Pastorale Territoriale è la promozione della soggettività di tutti i laici. Si pone la questione della declinazione comunitaria di questa soggettività: Come stiamo da cristiani nel mondo, insieme a tutti gli altri?
Per la sola dimensione personale (come sto da cristiano nel mondo?) non serve la CET, ma per le declinazioni
sociali, culturali, politiche … sì!
Tenendo conto della pluralità che ormai caratterizza la nostra società
L’autoreferenzialità di cui si dice sopra è talmente radicata che gli stessi laici fanno fatica a trovare parole e pensieri riguardo a quello che stanno vivendo nella loro vita di laici: parlano di “cose di chiesa e di parrocchia”. Uno dei compiti della CET è anche quello di aiutare a trovare parole, pensieri, sguardi. Non si tratta solo di ascoltare, ma di offrire parole perché le voci che partono dalla vita possano offrirsi.
Il rischio è che le parrocchie non “tocchino “più la vita delle persone. Prima era il contesto permeato di cristianesimo a dare “contenuti” (vedi i sacramenti che oggi rischiano di essere solo simboli o ridursi a feste di famiglia). Il rischio è che “la vita” si riduca a “vita della parrocchia”.
Non dobbiamo mai dimenticare che la vita della parrocchia è generatrice di vita buona. È un patrimonio esistenziale. Come può questo patrimonio essere generativo per la società e per i singoli, a livello sociale, culturale, politico? Questo è il compito della CET.

Quali sono i soggetti che interpretano questa istanza? Nel corso della storia recente: le opere “cattoliche”: scuole, ospedali, strutture socio-sanitarie-assistenziali, i media, i laici che ne sono responsabili, il mondo associato. Ma oltre i confini delle opere cattoliche e delle associazioni, come si esprime la generatività del cristianesimo? Si tratta di dare forma ad una presenza da cristiani nel mondo, insieme a tutti.

È un movimento circolare: le parrocchie hanno bisogno delle CET, e le CET matureranno se le parrocchie matureranno l’attenzione alla vita come descritto sopra.